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domenica 13 giugno 2021

Che fatica essere uomin



Che fatica essere uomini

A cura di Sergio Natoli omi

 

Nel 1988 Sergio Endrigo esordì con questo canto nel quale, dopo aver visto cose strane nel cielo e sulla terra, affermava “Che fatica essere uomini” e concludeva: Partirà, la nave partirà. Dove arriverà, questo non si sa. Sarà come l'Arca di Noè, il cane, il gatto, io e te”.

In un mondo soggiogato dall’economia, dal potere politico e dall’immagine è fatica essere uomini. È fatica essere “persone”.

È fatica non rimanere prigionieri di un “io” plurale che schiaccia persone e popoli. L’io delle multinazionali, dei dittatori di turno, etc.

È fatica essere persone “in relazione” capaci di costruire armonie interpersonali e di inter-indipendenti. “Il “noi” non è un “io” grande. Il “noi” è il grande contenitore di quella vita in relazione che costituisce l'umano e l'umano non può che essere questo “io” in relazione.[1]

È fatica essere uomini capaci di riconoscere le libertà fondamentali dell’altro, di altri gruppi umani, di altri popoli che scelgono di andare a vivere in un angolo della terra diverso da quello dove sono nati.

È fatica essere uomini leali, aperti e capaci di riconoscere gli errori della politica espansionistica che ha prodotto e continua ad alimentare le mille forme di schiavitù che costringe milioni di uomini e donne a migrare, a cercare una speranza di vita migliore. Una speranza che li rende audaci, intrepidi, capaci di varcare frontiere e mari per iniziare una nuova vita.

È fatica essere uomini in questo tempo di pandemia, in un mondo che

 

è già un altro: non dobbiamo aspettare che cambi, è già un altro. Nessuno sa se questo nuovo mondo, dentro cui camminiamo, sarà in grado di trasformare in impulso positivo quel sentimento di reciprocità, di solidarietà che la pandemia ha fatto vedere, e cioè la consapevolezza che siamo legati gli uni agli altri, anche se questo sistematicamente lo neghiamo”.

 

È fatica essere uomini quotidianamente martellati dall’informazione sui continui sbarchi e sui continui naufragi di barconi con il loro carico umano in fuga dalle mille forme di schiavitù, ma che spesso, purtroppo, trovano il riposo eterno in fondo al mare.

È fatica essere uomini che, come cristiani, ci lasciamo fecondare e guidare dall’azione dello Spirito Santo che ci rende capaci di mettere l’altro al centro della vita. Lo stesso Spirito, di cui profetizzò Ezechiele, entra dentro l'umano e rende possibile all' umano ciò che all'umano è impossibile.

 

“Dobbiamo praticare un cristianesimo che cerca Dio dove Dio non c'è, perché se continuiamo a cercare Dio dove Dio c'è e certo che lo troviamo. Sì, lo preghiamo, e Dio adesso ci dice: è venuto il tempo di trovarmi dove non ci sono perché dove non ci sono mi devi portare tu. Sì, in un barcone di migranti che rischia di morire. Dio lì non c'è perché se ci fosse questi sarebbero salvi. Dio c'è quando questi vengono salvati. Allora se accade che questi vengono salvati, ecco che Dio si fa presente. Chi sono questi che hanno reso presente Dio questi che li hanno salvati? Sono i profeti di oggi.”[2]

 

Quanto è attuale in ogni ambito della vita ma specialmente nel rapporto con i migranti, quanto affermato da S. Giovanni della Croce: “Là dove non c’è Amore, metti Amore e troverai Amore”.

L’accoglienza di Gesù morto e risorto svuota il nostro “io” e ci rende audaci discepoli ed intrepidi apostoli nell’oggi del mondo. È l’esperienza di S. Paolo quando ai Galati dice: “non vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me.”[3]

Nell’andare verso i migranti, come anche nell’accoglierli, come cristiani viviamo l’incontro dell’Amore. Allora l’immigrato non è più visto come “hostes”, come uno che attenta alla nostra sicurezza, quanto piuttosto come “hospes” come un ospite che porta Dio tra di noi. In questo nostro tempo, nello scorrere della storia come “kronos”, entra il “kairos” come tempo della grazia, come occasione favorevole, opportunità di cambiamento per vivere la “charis”, come prossimità, frammento di eternità, germoglio dei “cieli nuovi e della terra nuova”. Vivere questo significa vivere il tempo del Regno di Dio tra noi, del “noi più grande”.[4]

Possiamo dare il nostro contributo portando i nostri “cinque pani e due pesci” al Signore della storia per rispondere al bisogno di salvezza di chi cerca speranza, facendo tutto ciò che ci è possibile fare, sapendo sempre che “se il Signore non costruisce la casa invano fatica i costruttore.[5]

Noi siamo certi che “la speranza non delude”, che il Signore è con noi nella barca della nostra vita che naviga in un mare in tempesta. Allora la nave partirà ma questa volta dentro non ci saranno “il gatto, in cane io e te”, ma ci sarà la famiglia umana.

Palermo, 19 maggio 2021



[1] Mauro Magatti, Verso un noi sempre più grande, Incontro con la Diocesi di Agrigento, 11 maggio 2021

[2] Mons. Antonio Staglianò, Verso in noi sempre più grande, Incontro con la diocesi di Agrigento,18 maggio 2021

[3] Gal. 2, 20

[4] Cfr. Impellizzeri-Lorefice, L’ospite porta Dio tra noi, Il Pozzo di Giacobbe, 2021, p. 55

[5] Salmo 127, 1

sabato 2 agosto 2014

A chi apparteniamo?

A CHI APPARTENIAMO?
INCONTRO FORMAZIONE


1.             SIAMO TUTTI FIGLI DELLA TERRA

"Nel 1854 il presidente degli Stati Uniti, chiamato  il "Grande Bianco" di Washington, si offrì di acquistare una parte del territorio indiano e promise di istituirvi una "riserva" per il popolo indiano. Ecco la risposta del "Capo Seattle", considerata ancora oggi la più bella, la più profonda dichiarazione mai fatta sull'ambiente.
"Come potete acquistare o vendere il cielo, il calore della terra? L'idea ci sembra strana. Se noi non possediamo la freschezza dell'aria, lo scintillio dell'acqua sotto il sole come è  che voi potete acquistarli? Ogni parco di questa terra è sacro per il mio popolo. Ogni lucente ago di pino, ogni riva sabbiosa, ogni lembo di bruma dei boschi ombrosi, ogni radura ogni ronzio di insetti è sacro nel ricordo e nell'esperienza del mio popolo. La linfa che cola negli alberi porta con sé il ricordo dell'uomo rosso. Noi siamo una parte della terra, e la terra fa parte di noi. I fiori profumati sono i nostri fratelli, il cavallo, la grande aquila sono i nostri fratelli, la cresta rocciosa, il verde dei prati, il calore dei pony e l'uomo appartengono tutti alla stessa famiglia.
Quest'acqua scintillante che scorre nei torrenti e nei fiumi non è solamente acqua, per noi è qualcosa di immensamente significativo: è il sangue dei nostri padri.
I fiumi sono nostri fratelli, ci dissetano quando abbiamo sete. I fiumi sostengono le nostre canoe, sfamano i nostri figli. Se vi vendiamo le nostre terre, voi dovrete ricordarvi, e insegnarlo ai vostri figli, che i fiumi sono i nostri e i vostri fratelli e dovrete dimostrare per fiumi lo stesso affetto che dimostrerete ad un fratello. Sappiamo che l'uomo bianco non comprende i nostri costumi. Per lui una parte di terra è uguale all'altra, ... Tratta sua madre, la terra, e suo fratello, il cielo, come se fossero semplicemente delle cose da acquistare, prendere e vendere come si fa con i montoni o con le pietre preziose. Il suo appetito divorerà tutta la terra e a lui non resterà che il deserto. ...
Io sono un uomo rosso e non capisco. L'indiano preferisce il dolce suono del vento che slanciandosi come una freccia accarezza la faccia dello stagno, e preferisce l'odore del vento bagnato dalla pioggia mattutina, o profumato dal pino pieno di pigne. L'aria e' preziosa per l'uomo rosso, giacchè tutte le cose respirano con la stessa aria: le bestie, gli alberi, gli uomini tutti respirano la stesa aria. L'uomo bianco non sembra far caso all'aria che respira. Come un uomo che impiega parecchi giorni a morire resta insensibile alle punture. Ma se noi vendiamo le nostre terre, voi dovrete ricordare che l'aria per noi e' preziosa, che l'aria divide il suo spirito con tutti quelli che fa vivere.
Il vento che ha dato il primo alito al Nostro Grande Padre è lo stesso che ha raccolto il suo ultimo respiro. E se noi vi vendiamo le nostre terre voi dovrete guardarle in modo diverso, tenerle per sacre e considerarle un posto in cui anche l'uomo bianco possa andare a gustare il vento reso dolce dai fiori del prato. Considereremo l'offerta di acquistare le nostre terre.
Ma se decidiamo di accettare la proposta io porrò una condizione: l'uomo bianco dovrà rispettare le bestie che vivono su questa terra come se fossero suoi fratelli. Che cos'e' l'uomo senza le bestie?
Se tutte le bestie sparissero, l'uomo morirebbe di una grande solitudine nello spirito. Poiché ciò che accade alle bestie prima o poi accade anche all'uomo. Tutte le cose sono legate tra loro. Dovrete insegnare ai vostri figli che il suolo che essi calpestano e' fatto dalle ceneri dei nostri padri. ... Insegnate ai vostri figli quello che noi abbiamo insegnato ai nostri: la terra e' la madre di tutti noi. Tutto ciò che di buono arriva dalla terra arriva anche ai figli della terra. Se gli uomini sputano sulla terra, sputano su se stessi. Noi almeno sappiamo questo: la terra non appartiene all'uomo, bensì è l'uomo che appartiene alla terra. Questo noi lo sappiamo. Tutte le cose sono legate fra loro come il sangue che unisce i membri della stessa famiglia. Tutte le cose sono legate fra loro. Tutto ciò che si fa per la terra lo si fa per i suoi figli. Non e' l'uomo che ha tessuto le trame della vita: egli ne è soltanto un filo. Tutto ciò che egli fa alla trama lo fa a se stesso.
C'è una cosa che noi sappiamo e che forse l'uomo bianco scoprirà presto: il nostro Dio è lo stesso vostro Dio. Voi forse pensate che adesso lo possedete come volete possedere le nostre terre ma non lo potete. Egli è il Dio dell'uomo e la sua pietà è uguale per tutti: tanto per l'uomo bianco quanto per l'uomo rosso. Questa terra per lui è preziosa. Dov'è finito il bosco? E' scomparso. Dov'è finita l'aquila? E' scomparsa. E' la fine della vita e l'inizio della sopravvivenza".[1]

Alla fine del 1800 e nel 1900 le differenti tribù degli indiani accolsero il Vangelo, anche per merito dei Missionari Oblati di Maria Immacolata. Ricevettero la luce della Parola di Dio, che li illuminò ulteriormente sulla loro convinzione ancestrale che l'uomo è figlio della terra, della polvere e che tutto è armonia.
"Allora il Signore Dio plasmò l'uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l'uomo divenne un essere vivente. Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l'uomo che aveva plasmato. Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, e l'albero della vita in mezzo al giardino e l'albero della conoscenza del bene e del male." (Gen 2,7-9)
"Con il sudore del tuo volto mangerai il pane, finché non ritornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere ritornerai!". (Gen 3,19)
Il rapporto dell'uomo con la terra è molto forte. In alcuni popoli i defunti, che vanno a vivere con gli antenati, vengono seppelliti all'interno della capanna principale del "carret", o in un'area vicina per esprimere che la vita conclusasi sulla terra, appartiene alla terra e continua a vegliare sui vivi nell'attesa del ricongiungimento nel mondo degli antenati.
S. Paolo, scrivendo ai corinzi mette in relazione l'uomo terrestre con l'uomo celeste, aprendo così una prospettiva sul futuro della vita:
"...il primo uomo, Adamo, divenne un essere vivente, ma l'ultimo Adamo divenne spirito datore di vita. Non vi fu prima il corpo spirituale, ma quello animale, e poi lo spirituale. Il primo uomo, tratto dalla terra, è fatto di terra; il secondo uomo viene dal cielo. 48Come è l'uomo terreno, così sono quelli di terra; e come è l'uomo celeste, così anche i celesti. 49E come eravamo simili all'uomo terreno, così saremo simili all'uomo celeste. (Cor 15,45-49)

2.             UNA SOLA FAMIGLIA UMANA
L'Apostolo Paolo parlando nell'areopago greco afferma:

"Il Dio che ha fatto il mondo e tutto ciò che contiene, che è Signore del cielo e della terra, non abita in templi costruiti da mani d'uomo né dalle mani dell'uomo si lascia servire come se avesse bisogno di qualche cosa: è lui che dà a tutti la vita e il respiro e ogni cosa. Egli creò da uno solo tutte le nazioni degli uomini, perché abitassero su tutta la faccia della terra." (At 17, 24-26)

Noi apparteniamo anche alla grande famiglia degli uomini.
Il S. Padre Benedetto XVI, nel messaggio per la 97° giornata mondiale del migrante e del rifugiato afferma che siamo

“Una sola famiglia umana”, una sola famiglia di fratelli e sorelle in società che si fanno sempre più multietniche e interculturali, dove anche le persone di varie religioni sono spinte al dialogo, perché si possa trovare una serena e fruttuosa convivenza nel rispetto delle legittime differenze. Il Concilio Vaticano II afferma che “tutti i popoli costituiscono una sola comunità. Essi hanno una sola origine poiché Dio ha fatto abitare l’intero genere umano su tutta la faccia della terra (cfr At 17,26); essi hanno anche un solo fine ultimo, Dio, del quale la provvidenza, la testimonianza di bontà e il disegno di salvezza si estendono a tutti” (Dich. Nostra aetate, 1). Così, noi “non viviamo gli uni accanto agli altri per caso; stiamo tutti percorrendo uno stesso cammino come uomini e quindi come fratelli e sorelle” (Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2008, 6).

Il mondo contemporaneo, orai immerso nel dinamismo della globalizzazione che rende interconnessi popoli e nazioni,  acquisisce una maggiore consapevolezza di questa unità del genere umano, attraverso i grandi temi dell'ecologia, della salvaguardia del creato, dell'equa distribuzione dei beni, dell'uso delle acque, delle guerre, etc. etc.
Inoltre constatiamo “la mancanza di fraternità tra gli uomini e tra i popoli” è causa profonda del sottosviluppo (cfr. Paolo VI, Enc. Populorum progressio, 66). La convivenza degli uomini nel medesimo territorio è fortemente minacciata e provoca gravi squilibri economici, ambientali producendo migrazioni forate di intere popolazioni da una parte all'altra del pianeta. Le migrazioni economiche e quelle forzate debbono interpellare tutti e renderci capaci di produrre delle risposte su piani e livelli diversi: da quello personale a quello politico-economico.

"In questo contesto, la presenza della Chiesa, quale popolo di Dio in cammino nella storia in mezzo a tutti gli altri popoli, è fonte di fiducia e di speranza. La Chiesa, infatti, è “in Cristo sacramento, ossia segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano” (Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. Lumen gentium, 1); e, grazie all’azione in essa dello Spirito Santo, “gli sforzi intesi a realizzare la fraternità universale non sono vani” (Idem, Cost. past. Gaudium et spes, 38). E’ in modo particolare la santa Eucaristia a costituire, nel cuore della Chiesa, una sorgente inesauribile di comunione per l’intera umanità. Grazie ad essa, il Popolo di Dio abbraccia “ogni nazione, tribù, popolo e lingua” (Ap 7,9) non con una sorta di potere sacro, ma con il superiore servizio della carità. (Benedetto XVI, Messaggio per la 97° Giornata Mondiale dei Migranti e Rifugiati).

3.         UN SOLO CORPO DI CRISTO
L'appartenenza alla grande famiglia umana, passa attraverso l'appartenenza alla famiglia naturale, al padre alla madre, ai fratelli e sorelle e poi alla famiglia allargata dei parenti. Una convinzione che si esprime concretamente attraverso l'attenzione concreta ai bisogni primari ed attraverso la condivisione dei beni.

... Raguele ordinò alla moglie di fare pane in abbondanza; andò a prendere dalla mandria due vitelli e quattro montoni, li fece macellare e cominciarono così a preparare il banchetto. Poi chiamò Tobia e gli disse: "Per quattordici giorni non te ne andrai di qui, ma ti fermerai da me a mangiare e a bere e così allieterai l'anima già tanto afflitta di mia figlia Di quanto possiedo prenditi la metà e torna sano e salvo da tuo padre. Quando io e mia moglie saremo morti, anche l'altra metà sarà vostra. Coraggio, figlio! Io sono tuo padre ed Edna è tua madre; noi apparteniamo a te come a questa tua sorella, da ora per sempre. Coraggio, figlio!". (Tobia 8, 19-21).

L'appartenenza ad una famiglia naturale passa anche attraverso la condivisione dei beni immateriali, dei beni spirituali che sono trasmessi nell'ambito familiare.

...E quando la gente dirà: "C'è pace e sicurezza!", allora d'improvviso la rovina li colpirà, come le doglie una donna incinta; e non potranno sfuggire. Ma voi, fratelli, non siete nelle tenebre, cosicché quel giorno possa sorprendervi come un ladro. Infatti siete tutti figli della luce e figli del giorno; noi non apparteniamo alla notte, né alle tenebre. 6Non dormiamo dunque come gli altri, ma vigiliamo e siamo sobri. (1 Tessalonicesi 5, 3-6)

La partecipazione e l'appartenenza ad una famiglia,ad un gruppo, ad una comunità etnica, a volte  è assolutizzata. Si guarda solo nel proprio orticello e non si guarda, nè si vuole guardare al di là del proprio recinto, della propria comunità etnica, come se sulla faccia della terra non ci fosse una grande famiglia umana. Ciò produce chiusura mentale ed una visione concorrenziale della convivenza umana, con relative gelosie che non contribuiscono all'edificazione della convivenza umana ed ancor più della convivenza cristiana. E' quanto denuncia S. Paolo nella lettera alla comunità cristiana di Corinto.

...Vi esorto pertanto, fratelli, per il nome del Signore nostro Gesù Cristo, a essere tutti unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e di sentire. Infatti a vostro riguardo, fratelli, mi è stato segnalato dai familiari di Cloe che tra voi vi sono discordie. Mi riferisco al fatto che ciascuno di voi dice: "Io sono di Paolo", "Io invece sono di Apollo", "Io invece di Cefa", "E io di Cristo". È forse diviso il Cristo? Paolo è stato forse crocifisso per voi? O siete stati battezzati nel nome di Paolo? Ringrazio Dio di non avere battezzato nessuno di voi, eccetto Crispo e Gaio, ... (1 Corinzi 1, 10-14) 

Il superamento di ogni divisione e di ogni isolamento individuale e di gruppo avviene solo se ciascuno si lascia interpellare da Gesù Cristo che continua a chiamare ciascuno di noi, che continua a guardarci così come fece con Simone. Se ci lasciamo amare da Gesù e rispondiamo positivamente al suo amore, anche noi diverremo "pescatori di uomini".

...Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: "Abbiamo trovato il Messia" - che si traduce Cristo - e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: "Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa" - che significa Pietro. Il giorno dopo Gesù volle partire per la Galilea; trovò Filippo e gli disse: "Seguimi!". Filippo era di Betsàida, la città di Andrea e di Pietro. (Giovanni 1, 40-43)

L'adesione e l'appartenenza a Cristo è di tutti quelli che si asciano interpellare da Lui e dalla sua Parola, che vivono dei sacramenti.

"Guardate bene le cose in faccia: se qualcuno ha in se stesso la persuasione di appartenere a Cristo, si ricordi che, se lui è di Cristo, lo siamo anche noi. In realtà, anche se mi vantassi di più a causa della nostra autorità, che il Signore ci ha dato per vostra edificazione e non per vostra rovina, non avrò da vergognarmene. Non sembri che io voglia spaventarvi con le lettere! ... (2 Corinzi 10, 7-9).

L'adesione e l'appartenenza a Cristo ci fa vivere come membra vive del suo Corpo mistico. Avendo la medesima fede, diveniamo un solo Popolo di Dio, una sola Chiesa.

3.            UNA SOLA CHIESA
La nascita in una famiglia umana ci ha fatto divenire anche parte dell'unica famiglia umana. L'adesione a Cristo ed il battesimo ci hanno fatto divenire membra dell'unica famiglia dei figli di Dio. Il Concilio Vaticano II, nella Lumen Gentium parla della Chiesa come Corpo di Cristo.
Per capre meglio quest'affermazione ci soffermiamo sul racconto della conversione di Saulo, (cfr At 9,4-5) che poi sarà chiamato Paolo. Ce lo facciamo spiegare da Papa Francesco.

"Saulo è un persecutore dei cristiani, ma mentre sta percorrendo la strada che porta alla città di Damasco, improvvisamente una luce lo avvolge, cade a terra e sente una voce che gli dice «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?». Lui domanda: «Chi sei, o Signore?», e quella voce risponde: «Io sono Gesù che tu perseguiti» (v. 3-5). Questa esperienza di san Paolo ci dice quanto sia profonda l’unione tra noi cristiani e Cristo stesso. Quando Gesù è salito al cielo non ci ha lasciati orfani, ma con il dono dello Spirito Santo l’unione con Lui è diventata ancora più intensa. Il Concilio Vaticano II afferma che Gesù «comunicando il suo Spirito, costituisce misticamente come suo corpo i suoi fratelli, chiamati da tutti i popoli» (Cost. dogm. Lumen gentium, 7).
L’immagine del corpo ci aiuta a capire questo profondo legame Chiesa-Cristo, che san Paolo ha sviluppato in modo particolare nella Prima Lettera ai Corinzi (cfr cap. 12). Anzitutto il corpo ci richiama ad una realtà viva. La Chiesa non è un’associazione assistenziale, culturale o politica, ma è un corpo vivente, che cammina e agisce nella storia. E questo corpo ha un capo, Gesù, che lo guida, lo nutre e lo sorregge. Questo è un punto che vorrei sottolineare: se si separa il capo dal resto del corpo, l’intera persona non può sopravvivere. Così è nella Chiesa: dobbiamo rimanere legati in modo sempre più intenso a Gesù. Ma non solo questo: come in un corpo è importante che passi la linfa vitale perché viva, così dobbiamo permettere che Gesù operi in noi, che la sua Parola ci guidi, che la sua presenza eucaristica ci nutra, ci animi, che il suo amore dia forza al nostro amare il prossimo. E questo sempre! Sempre, sempre! Cari fratelli e sorelle, rimaniamo uniti a Gesù, fidiamoci di Lui, orientiamo la nostra vita secondo il suo Vangelo, alimentiamoci con la preghiera quotidiana, l’ascolto della Parola di Dio, la partecipazione ai Sacramenti.
E qui vengo ad un secondo aspetto della Chiesa come Corpo di Cristo. San Paolo afferma che come le membra del corpo umano, pur differenti e numerose, formano un solo corpo, così tutti noi siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo (cfr 1Cor 12,12-13). Nella Chiesa quindi, c’è una varietà, una diversità di compiti e di funzioni; non c’è la piatta uniformità, ma la ricchezza dei doni che distribuisce lo Spirito Santo. Però c’è la comunione e l’unità: tutti sono in relazione gli uni con gli altri e tutti concorrono a formare un unico corpo vitale, profondamente legato a Cristo. Ricordiamolo bene: essere parte della Chiesa vuol dire essere uniti a Cristo e ricevere da Lui la vita divina che ci fa vivere come cristiani, vuol dire rimanere uniti al Papa e ai Vescovi che sono strumenti di unità e di comunione, e vuol dire anche imparare a superare personalismi e divisioni, a comprendersi maggiormente, ad armonizzare le varietà e le ricchezze di ciascuno; in una parola a voler più bene a Dio e alle persone che ci sono accanto, in famiglia, in parrocchia, nelle associazioni. Corpo e membra per vivere devono essere uniti! L’unità è superiore ai conflitti, sempre! I conflitti se non si sciolgono bene, ci separano tra di noi, ci separano da Dio. Il conflitto può aiutarci a crescere, ma anche può dividerci. Non andiamo sulla strada delle divisioni, delle lotte fra noi! Tutti uniti, tutti uniti con le nostre differenze, ma uniti, sempre: questa è la strada di Gesù. L'unità è superiore ai conflitti. L’unità è una grazia che dobbiamo chiedere al Signore perché ci liberi dalle tentazioni della divisione, delle lotte tra noi, degli egoismi, delle chiacchiere. Quanto male fanno le chiacchiere, quanto male! Mai chiacchierare degli altri, mai! Quanto danno arrecano alla Chiesa le divisioni tra i cristiani, l’essere di parte, gli interessi meschini!
Le divisioni tra noi, ma anche le divisioni fra le comunità: cristiani evangelici, cristiani ortodossi, cristiani cattolici, ma perché divisi? Dobbiamo cercare di portare l'unità. Vi racconto una cosa: oggi, prima di uscire da casa, sono stato quaranta minuti, più o meno, mezz'ora, con un Pastore evangelico e abbiamo pregato insieme, e cercato l'unità. Ma dobbiamo pregare fra noi cattolici e anche con gli altri cristiani, pregare perché il Signore ci doni l'unità, l'unità fra noi. Ma come avremo l'unità fra i cristiani se non siamo capaci di averla tra noi cattolici? Di averla nella famiglia? Quante famiglie lottano e si dividono! Cercate l'unità, l'unità che fa la Chiesa. L'unità viene da Gesù Cristo. Lui ci invia lo Spirito Santo per fare l'unità.
Cari fratelli e sorelle, chiediamo a Dio: aiutaci ad essere membra del Corpo della Chiesa sempre profondamente unite a Cristo; aiutaci a non far soffrire il Corpo della Chiesa con i nostri conflitti, le nostre divisioni, i nostri egoismi; aiutaci ad essere membra vive legate le une con le altre da un’unica forza, quella dell’amore, che lo Spirito Santo riversa nei nostri cuori (cfr Rm 5,5). (Papa Francesco, La Chiesa è il Corpo di Cristo,  Udienza Generale del 19 Giugno 2013)

4.         UN ARCOBALENO DI POPOLI COME "LUCE DEL MONDO"
Nella nostra società la convivenza degli uomini è costantemente minacciata dall'egoismo dell'uomo e dalle strutture di peccato che egli stesso costruisce. C'è una grande missione da compiere per cambiare il cuore dell'uomo! Quale vasto campo d'impegno missionario, scriveva Sant'Eugenio de Mazenod, Fondatore dei Missionari Oblati di Maria Immacolata.
Anche nella Chiesa vediamo situazioni di chiusura, di concorrenza e spesso di separazione. Ma anche un faticoso impegno per essere un solo popolo di Dio, per camminare nel'unità in comunione con il S. Padre.
Arcobaleno di Popoli è un'Associazione che vuole essere un segno di bellezza per la società e per la Chiesa. E’ un itinerario interculturale per:
*         rinnovare l’alleanza con la “luce vera che illumina ogni uomo”;
*         sperimentare la multiforme ricchezza delle diversità culturali;
*         esprimere con il canto la gioia e le difficoltà della vita.
*         condividere le speranze ed i progetti per un mondo migliore!
*         vivere un cammino interculturale cattolico nel medesimo territorio.
*         camminare nella pace insieme con altri.
Le attività che svolgiamo hanno una radice evangelica e trovano certezza nella preghiera che Gesù ha fatto per i discepoli di allora e per i futuri credenti, cioè per noi.

"Così parlò Gesù. Poi, alzàti gli occhi al cielo, disse: "Padre, è venuta l'ora: glorifica il Figlio tuo perché il Figlio glorifichi te. Tu gli hai dato potere su ogni essere umano, perché egli dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato. Questa è la vita eterna: che conoscano te, l'unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo.  Io ti ho glorificato sulla terra, compiendo l'opera che mi hai dato da fare.  E ora, Padre, glorificami davanti a te con quella gloria che io avevo presso di te prima che il mondo fosse.
Ho manifestato il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo. Erano tuoi e li hai dati a me, ed essi hanno osservato la tua parola. Ora essi sanno che tutte le cose che mi hai dato vengono da te, perché le parole che hai dato a me io le ho date a loro. Essi le hanno accolte e sanno veramente che sono uscito da te e hanno creduto che tu mi hai mandato. 
Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per coloro che tu mi hai dato, perché sono tuoi. Tutte le cose mie sono tue, e le tue sono mie, e io sono glorificato in loro. Io non sono più nel mondo; essi invece sono nel mondo, e io vengo a te. Padre santo, custodiscili nel tuo nome, quello che mi hai dato, perché siano una sola cosa, come noi.
Quand'ero con loro, io li custodivo nel tuo nome, quello che mi hai dato, e li ho conservati, e nessuno di loro è andato perduto, tranne il figlio della perdizione, perché si compisse la Scrittura. Ma ora io vengo a te e dico questo mentre sono nel mondo, perché abbiano in se stessi la pienezza della mia gioia. Io ho dato loro la tua parola e il mondo li ha odiati, perché essi non sono del mondo, come io non sono del mondo.
Non prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li custodisca dal Maligno. Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. Consacrali nella verità. La tua parola è verità. Come tu hai mandato me nel mondo, anche io ho mandato loro nel mondo; per loro io consacro me stesso, perché siano anch'essi consacrati nella verità.
Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola: perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato.
E la gloria che tu hai dato a me, io l'ho data a loro, perché siano una sola cosa come noi siamo una sola cosa. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell'unità e il mondo conosca che tu mi hai mandato e che li hai amati come hai amato me.
Padre, voglio che quelli che mi hai dato siano anch'essi con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che tu mi hai dato; poiché mi hai amato prima della creazione del mondo.
Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto, e questi hanno conosciuto che tu mi hai mandato. E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l'amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro". (Gv 17,1-26)

La missione dei Arcobaleno di popoli è la medesima missione di Gesù, è la medesima missione della Chiesa. La sua specificità è la sua connotazione interculturale. Il Vangelo non si identifica con alcuna cultura ma le vivifica tutte, innervandole dell'Amore che è lo Spirito Santo. L'adesione personale al Vangelo ci permette di esprimere l'unità della medesima fede attraverso le diversità delle espressioni culturali.
La nostra "Mission" nei confronti della Chiesa, allora, è contribuire con le nostre diversità, a dare visibilità alla "cattolicità della chiesa particolare" perché tutti insieme possiamo essere segno profetico ed "in qualche misura anticipazione prefiguratrice della città senza barriere di Dio” (Benedetto XVI, Enc. Caritas in veritate, 7).
Nei confronti della società in cui si vive e si lavora, “non viviamo gli uni accanto agli altri per caso; stiamo tutti percorrendo uno stesso cammino come uomini e quindi come fratelli e sorelle” (Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2008, 6).

Villa Chiaretta, Polizzi 2 Agosto 2014




[1] Scritto da: Fabio De Benedetto e Daniele Palo, addetti a PeaceLink, classe 2° C dell'Istituto Alberghiero di Leporano (TA), IN http://www.edscuola.it/archivio/interlinea/terra.html

martedì 20 maggio 2014

Una luce sul candelabro

Marie-Ange Bissesur, nasce il 24/3/1962 a Quatre Bornes, Isola Mauritius. Nel 1985 arriva in Italia e si sposa con Yvan Salmon. Hanno due figli Cindy e Jean-Yves. Muore a Palermo l’11 Maggio 2014, gorno della festa della mamma.
Ringrazio Dio per avermi dato l’opportunità di poter seguire da vicino la vicenda umana di Marie-Ange e di essere stato il suo confidente, specialmente negli ultimi tempi della sua malattia.
Le parole del Vangelo più appropriate per illuminare la sua vita mi sembrano e seguenti:
“Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita”. (Gv 8,12)
“Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli”. (Mt 5,14-16)
“Nessuno accende una lampada e la copre con un vaso o la mette sotto un letto, ma la pone su un candelabro, perché chi entra veda la luce. Non c’è nulla di segreto che non sia manifestato, nulla di nascosto che non sia conosciuto e venga in piena luce. Fate attenzione dunque a come ascoltate; perché a chi ha, sarà dato, ma a chi non ha, sarà tolto anche ciò che crede di avere”. (Lc 8, 16-18)
Marie-Ange ha seguito Gesù, perché ha seguito l’Amore. E’ emigrata per Amore. Ce lo racconta Marina Candela in un’intervista fatta a Marie-Ange.
“Incontro Marie-Ange in un centro di consulenza per immigrati di Palermo, dove lei fa la mediatrice culturale. Si mostra subito cordiale e disponibile a concedermi un’intervista. Marie-Ange ha lineamenti orientali e una carnagione dorata tipica delle zone tropicali, come l’arcipelago delle Mauritius, suo luogo di origine. Le chiedo come e quando abbia deciso di venire in Italia e lei mi racconta che il suo fidanzato era voluto emigrare in Italia in cerca di prospettive di vita migliori. Lei, non volendolo lasciare, decise di raggiungerlo.
“Nonostante i suoi genitori fossero contrari, nel lontano 1985, quando aveva solo ventitre anni, per seguire il suo fidanzato e attuale marito, salì su un aereo alla volta dell’Italia, senza troppo pensare ai problemi e alle difficoltà che sarebbero potuti seguire ad una scelta così affrettata e ben poco calibrata. Mi confida che era innamorata e che niente poteva sembrarle difficile o impossibile se avesse avuto la possibilità di restare vicina all’uomo che amava.
“I primi dieci anni in Italia furono duri, non perché abbia subito discriminazioni, ma più che altro, perché, lasciando la sua terra, ha dovuto uscire dall’adolescenza e responsabilizzarsi. Il suo obiettivo primario era quello di lavorare e accumulare il denaro necessario per ritornare alla sua “Isola”, che ricorda con commossa nostalgia. Tuttavia, gli eventi della vita l’hanno legata all’Italia e alla Sicilia. Dopo ventitre anni passati a Palermo, Marie-Ange non tornerebbe più alle Mauritius. I suoi due figli sono nati e cresciuti a Palermo, sono cittadini italiani, studiano e hanno una loro vita sociale che verrebbe completamente stravolta se decidessero di tornare al paese.
“Inoltre Marie-Ange ha intrapreso un’attività che le piace e verso la quale si sente responsabile: il lavoro di mediatrice presso un centro che cerca di aiutare gli immigrati nelle difficoltà dovute al loro esodo.
Le domando, infine, quale siano i suoi sogni per il futuro, Marie-Ange riflette un attimo e con fare sicuro dice di essersi realizzata e, da madre premurosa, aggiunge che il suo unico desiderio non può essere altro che quello di aiutare i propri figli a riuscire appieno nella vita e, benché si possa ritenere fortunata, spera che loro possano avere un’esistenza ancor migliore della sua.” 
Nel suo cammino umano e cristiano non ha mai fatto mancare l’olio alla lampada della sua fede, attingendo sempre alla preghiera ed ai sacramenti la forza e la luce per vivere, servire e lavorare.
Di lei hanno scritto: 

“Chi di noi ha avuto la fortuna di conoscerla, l’ha apprezzata per la dolcezza ed il garbo, ma anche per la sua determinazione e capacità. Tra le tante cose buone e belle che ha fatto nella sua vita, era una brava mediatrice culturale.
E’ venuta in Italia molto giovane, dalle Mauritius, ha portato avanti tra tante difficoltà il suo progetto migratorio, ha visto nascere in Italia i suoi due figli, che qui hanno studiato e sono divenuti cittadini italiani. Marie Ange da anni combatteva, insieme a chi le voleva bene, una brutta malattia. E’ stata coraggiosa e forte in momenti molto difficili.(L.P.)

“... scrivo queste brevi per esprimere ai familiari di Marie-Ange il mio personale cordoglio per la dipartita di questa gentilissima donna e bella anima. Ho avuto modo di conoscerLa per breve tempo .... L’ho rivista poi nella sala di attesa al Civico, insieme alla figliola, poco prima della visita cui si diagnosticava la ripresa della malattia. Oggi Marie-Ange ha finito di soffrire nel corpo e la sua anima sicuramente si ristora in Dio.” (L.D.)

“La ricorderò sempre per il suo sorriso forte e fragile allo stesso tempo e per la saldissima fede che traspariva nel suo parlare”. (M.C.L.)

“...grazie tante per avermi donato la testimonianza di Marie-Ange, una vita spesa per amore e il dolore offerto; sono fiori nel deserto della vita presente, dove le erbacce e le spine della leggerezza e dell’indifferenza soffocano i colori, i profumi e persino l’aria”. (D.)

“Oggi tutti noi abbiamo perso una persona importante. Kiko & Cindy hanno perso la loro madre, io ho perso una sorella maggiore e tutti voi avete perso qualcuno che e più di un’amica. Malgrado la nostra sofferenza, tutti noi dobbiamo pensare che adesso Marie non soffre più ed è con Gesù e la Vergine Maria. La sua missione su questa terra e terminata. 
Malgrado la sua malattia, era sempre forte. Anche se dentro soffriva, ha fatto di tutto per il benessere della sua famiglia, dei suoi amici e del prossimo.
Giovedì sera mi ha detto che si sentiva bene, si sentiva felice. Sorrideva e parlava anche del segno della croce che aveva ricevuto sulla sua fronte da un sacerdote. Mi ha confidato che era pronta per andare, era felice e si augurava che il mondo potesse sentire la stessa gioia che ella aveva nel suo cuore. In realtà quello che Marie-Ange vuole dirci oggi, anche se non e più tra noi, è che ella vuole che questa gioia, continui nei nostri cuori e nelle nostre vie. Sono sicura che lei non vorrebbe vederci piangere e soffrire per la sua assenza ma piuttosto conservare un bel ricordo di lei e della sua missione su questa terra e della sua presenza nelle nostre vite.
Arrivederci Marie-Ange, ti amiamo tanto. Una nuova vita e iniziata per te con il Signore nostro Gesù Cristo. (Cindy)

“Carissima Marie-Ange, S. Ireneo afferma che “la gloria di Dio risplende nell’uomo vivente”. Vivere dell’Amore, è vivere di Dio!
Ti sei lasciata “espropriare” il cuore dall’Amore, accogliendo come l’Amore crocifisso, tutte le sofferenze della vita che ogni giorno hanno corroso  sempre più il tuo corpo: è il grande prodigio di Dio. “Non sento più alcun dolore - mi confidava - perché Dio sta portando la mia croce”.
Nel mio cuore riecheggiavano le parole di Paolo: “sono stato crocifisso con Cristo ed ora non sono più io a vivere, ma Cristo vive in me”.
E’ stato così per te, Marie-Ange! La lunga malattia è stato un crogiolo che ha purificato tutte le scorie della tua vita, lasciando solo l’oro zecchino: l’Amore! Il tuo sguardo sereno, infondeva serenità, anche dal tuo letto di dolore.
Il tuo sorriso, che ha riempito il tuo viso fino alla fine, irradiava pace.
Ora che hai compiuto l’opera che il Signore ti ha affidata, sei tornata alla casa de Padre accompagnata da Maria proprio nel giorno della Festa delle mamme. Con Lei accompagnaci nel cammino della vita. Accompagna specialmente tutti gli immigrati: che si lascino vivere e conquistare solo dall’Amore. 
Con Maria, prega, prega per noi! (Padre Sergio Natoli, omi)