venerdì 25 dicembre 2009

Natale


Il Verbo di Dio si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo anoi.

A quanti lo hanno accolto ha dato il potere di diventare Figli di Dio.

A quanti lo accolgono nell'oggi della storia li rende "luce del mondo", una luce che si manifesta nella diversità delle persone e delle culture, come un "arcobaleno di popoli"


Buone feste

Finalmente

Oggi, 27 Novembre è la festa della Medaglia Miracolosa.
Oggi si è spenta Terese Maria, una donna africana che ho battezzato nel suo letto d’ospedale appena tre giorni fa.
Terese è una dei 25.000 immigrati che vivono in questa città di Palermo.
E’ arrivata qui in cerca di fortuna, di una vita migliore.
E’ partita dal suo Paese mentre dopo il secondo anno di catecumenato. Voleva diventare cristiana.
L’inserimento nella nuova realtà siciliana, le ha fatto perdere di vista l’obiettivo del battesimo. Il lavoro, sempre il lavoro e poi ancora il lavoro per aiutare la famiglia al Paese.
Lei è stata fortunata perché ha trovato una famiglia che se l’è assunta fino alla fine. La figlia del sua “padrona” (così parlano loro) e gli altri membri della famiglia le sono stati tutti vicini, e così quel martedì una di loro ha fa da madrina insieme ad un’altra ragazza africa che non l’ha mai lasciata in tutti questi giorni d’ospedale.
Nei giorni precedenti al battesimo ero andato a trovarla. Era desiderosa di ricevere il Battesimo. Il suo “sì” espresso verbalmente e dopo con il battito delle palpebre, era un segno il suo segno dell’attesa dell’incontro con il Salvatore.
Il rito del battesimo è stato un momento speciale per tutti i preseti. Terese Marie ha risposto a tutte le invocazioni, aprendo chiudendo gli occhi. Tutti gli altri, segno della chiesa viva che accompagna i fratelli all’incontro con il Signore, verbalmente.
Ieri sera mi ha raccontato che Teresa Maria nella giornata di ieri ripeteva spesso: “finalmente”. Cosa significasse per lei non lo so. Ma a me piace pensare che Terese Marie abbia vissuto “finalmente” l’incontro che desiderava avere da tanti anni: l’incontro con Gesù.
Io ho voluto aggiungere al suo nome di Terese quello di Marie, per affidarla in modo particolare anche alla Vergine Maria.
Oggi, festa della Medaglia miracolosa, il Signore l’ha chiamata ad entrare definitivamente nel Regno di Dio come figlia di Dio, pienamente incorporata a Cristo. Si è realizzato quanto chiediamo nella preghiera alla Vergine Maria: “prega per noi ora e nell’ora della nostra morte”.
E’ bella la testimonianza di affetto della famiglia presso cui lavorava.
E’ straordinaria la testimonianza di chi l’ha assistita notte e giorno senza risparmiarsi.
E’ formidabile l’attenzione e la presenza dei suoi familiari che non l’hanno mai lasciata sola, accompagnandola fino all’ultimo respiro.
Grazie Terese Marie perché a tutti noi, in modi e forme diverse, ci hai permesso di vivere l’Amore verso di te, segno eloquente che il Regno di Dio è già in mezzo a noi.

Il 27 Dicembre 2009 ci ritroveremo ancora tutti insieme per celebrare la Vita che non muore, per ricordarti ancora al Singore Gesù, il salvatore, che è venuto anche per te, dandoti la vita eterna.

martedì 16 giugno 2009

I colori della solidarietà

"Spero che queste iniziative così interessanti possano toccare il cuore degli uomini che non sanno cosa significhi soffrire". "Ci avete colorato l'anima con i colori della solidarietà". "Bellissima mostra, ricca di significati che ci permettono di vedere i colori di un mondo spesso dimenticato. Bravissimi". Sono alcune delle impressioni, scritte nel libro dei visitatori della mostra di pittura degli alunni del Liceo Artistico "E. Catalano" di Palermo, dal titolo significativo "I colori della solidarietà".
La mostra è la conclusione di un progetto di educazione alla mondialità ed alla solidarietà promosso dalla docente di religione cattolica professoressa Maria Assunta Palermo, coadiuvata dal docente di letteratura italiana prof. Pietro Carmicio e dal docente di discipline pittoriche prof. Salvatore Messina. Al progetto hanno partecipato anche i responsabili dell'Ufficio Migrantes dell'Arcidiocesi di Palermo.
L'esposizione si è tenuta nel chiostro di S. Domenico dal 5 al 10 Giugno 2009.
I quadri realizzati esprimono la sensibilità dei giovani per i temi collegati allo sviluppo e della "negritudine" espressi da poeti africani, tra cui Leopold Sédar Senghor.
La vendita delle opere d'arte contribuirà alla realizzazione di una scuola per 1.200 bambini da costruire a Farim in Guinea Bissau. La scuola si chiamerà "la casa del sole": è un auspicio perché nella vita di tanti bambini sorga il sole dell'istruzione.
Ecco come è stata presentata l’iniziativa in una brochure curata dai medesimi alunni.

“Quando mi è stato chiesto di partecipare al progetto di educazione alla mondialità che alcuni docenti del Liceo artistico “E. Catalano” di Palermo intendevano portare avanti, non pensavo minimamente quali sviluppi avrebbe potuto avere. Come persona che ha messo in gioco la propria vita nel servizio, trasmettere alle nuove generazioni i valori della solidarietà, in un’ottica globalizzata è sempre un continuo stimolo a trovare modi e forme diverse di trasmissione di questo e di altri valori.
Abbiamo sotto gli occhi le conseguenze del crollo di un’economia capitalistica che ha prodotto maggiore squilibrio tra i ricchi ed i poveri, tra il Nord del mondo – di cui sentiamo continuamente il pianto e le relative rassicurazioni che la crisi è già passata – ed il Sud del mondo. Di quest’ultimo mondo – formato dai tre quarti dell’umanità – non si sente se non qualche piccolo lamento perché inesauribilmente e nel silenzio continuano a morire di fame, di denutrizione e di malattie un bambino ogni secondo; 60 bambini ogni minuto; 3.600 bambini ogni ora.
Non è possibile che i 3/4 delle risorse del mondo siano consumate solo da un quarto dei popoli della terra. E’ necessario vivere, pensare, produrre, avendo dinanzi tutta l’umanità, tutta la terra, in qualche modo il bene di tutti.
E’ tempo ormai di uscire dalla logica dell’autosufficienza individuale, delle nazioni o di gruppi di potere, per muoverci sempre più nella logica dell’interdipendenza. La solidarietà va globalizzata!
Educare le nuove generazioni alla solidarietà, allora, non è un “opzional”, ma una strada senza ritorno! E ciò lo vediamo con i nostri occhi, non solo in rapporto ai Paesi in via di sviluppo, ma anche nel nostro territorio, nella nostra città dove la presenza dei migranti è giunta al 3% della popolazione. La prospettiva verso cui andiamo è quella di una società multiculturale nel medesimo territorio.
Educare alla solidarietà è prima di tutto un processo culturale, uno stile di pensiero, un modo di vivere. La prospettiva della integrazione interculturale “è in partenza il riconoscimento della peculiarità propria di ciascuna cultura e della specificità della rispettiva storia e identità; esse vengono viste come grandezze storico-sociali già poste in relazione e quindi da accompagnare nella loro evoluzione relazionale, con la potenzialità che ciascuna possiede di arricchire le altre e di ricevere da esse, in un processo che le fa crescere tutte e le fa vivere insieme”.[1] E’ il superamento dell’etnocentrismo che permette l’arricchimento vicendevole delle differenti culture.
La solidarietà in un’ottica interculturale, allora, è una via obbligata. Una solidarietà interculturale ha come orizzonte l’umanità intera, in cui dobbiamo imparare a vivere insieme, “a convivere insieme nel rispetto dell’ethos e della interdipendenza. E’ qualcosa di più ambizioso di una semplice coabitazione di culture nello stesso territorio”[2], che potrà essere raggiunto se viene fortemente vissuto il principio della reciprocità.[3]
E’ bello vedere nelle opere d’arte dei ragazzi che espongono, quest’anelito. E’ bello sognare insieme un mondo migliore, perché i sogni condivisi, prima o poi diventano realtà.
p. Sergio Natoli omi


“Oggi viviamo in un “villaggio globale”. Anche nella nostra città viviamo sempre di più in una condizione sociale di multiculturalità, dove quotidianamente ci si scontra o si dialoga tra globalizzazione ed etnicismo. I continui sbarchi di “clandestini” che i mass media ci propongono quotidianamente sono gli effetti di situazioni politiche, sociali ed economiche di milioni di esseri umani che vivono nel Sud del mondo e che sono vittime impotenti dell’enorme e crescente divario, che non accenna a diminuire. tra i Paesi industrializzati e quelli in via di sviluppo.
La Cooperazione allo Sviluppo è il dovere internazionale alla solidarietà tra i popoli. Cooperare significa collaborare con quegli Enti e quelle associazioni che nel sud del mondo sono concretamente impegnate nella lotta alle povertà e contro ogni discriminazione sociale. Un progetto di cooperazione allo sviluppo è quindi una concreta possibilità di agire nei differenti settori: agricoltura, sanità, educazione, promozione delle condizioni della donna, dello sviluppo dei bambini, e di quanti sono costretti a vivere nella marginalità e nell’esclusione.
Come educatori, in qualunque ambito, abbiamo il dovere di informare e formare i giovani ad una equilibrata solidarietà, stimolandoli ad agire perché essi sono “la speranza di una nuova civiltà”.
Come docente[4], attraverso l’insegnamento della cultura religiosa, offro agli allievi l’opportunità di una conoscenza e consapevolezza delle nostre radici culturali che sono aperte all’accoglienza delle diversità culturali.
L’istruzione e la formazione sono i due cardini che permettono ai giovani di crescere come persone integrali, capaci, attraverso il loro sapere e il loro saper fare, di “saper vivere” con gli altri. L’accoglienza, il dialogo e la solidarietà sono le vie maestre per passare dalla multiculturalità alla interculturalità che è capacità di inter-agire senza che alcuno perda la propria identità.
La solidarietà è nelle radici costituzionali della Repubblica Italiana[5]. Promuovere all'interno e all'esterno della nostra comunità scolastica percorsi di formazione e iniziative culturali e di solidarietà, permette non solo la riscoperta e la divulgazione del valore costituzionale della solidarietà, ma è anche occasione privilegiata per formare ad altri valori quali la giustizia e la legalità, non solo a livello locale ma anche sul piano internazionale.
“I colori della solidarietà” è un progetto educativo inter-attivo tra alcune discipline scolastiche pensato e realizzato all’interno di un percorso scolastico, per dare un contributo educativo, alla crescita del cittadino di oggi e del professionista di domani, che sia capace di sapersi collocare positivamente nel tessuto sociale, dando il suo apporto alla costruzione di una società interculturale.
Maria Assunta Palermo

“...Gente del sud nei cantieri, nei porti, /nelle miniere, /nelle officine, /segregati la sera /nei borghi miserabili. / Accumulano / montagne d’oro rosso, / montagne d’oro nero: / e muoiono di fame.”
Questi versi sono stati scritti da Leopold Sédar Senghor, poeta fecondo, intellettuale raffinato e politico illuminato dell’Africa ( fu il primo presidente del Sénégal indipendente), ideologo della “negritudine” che con la sua opera contribuì alla riscoperta della cultura africana.
I suoi versi (e quelli di altri poeti del sud del mondo) sono stati studiati, analizzati, interiorizzati e poi tradotti in immagini dagli allievi del Progetto “Arcobaleno di popoli.
Educazione alla mondialità e cooperazione allo sviluppo”, svoltosi all’interno del Liceo artistico Catalano in cui insegno. Il concetto di solidarietà viene spesso sminuito e svilito da una serie di luoghi comuni che rischiano di vanificare (a volte ci riescono) il lavoro prezioso di coloro che nel silenzio lavorano e ottengono risultati preziosi.
Proprio per questo il progetto ha seguito un percorso di conoscenza approfondito che ha visto gli allievi impegnati in seminari di studio ed iniziative culturali promosse dal “Centro Migrantes di Palermo.
La conoscenza di brani letterari di scrittori del sud del mondo e la conoscenza dei problemi che in quel sud del mondo si vivono quotidianamente ha portato gli allievi alla realizzazione di opere meditate profondamente, evitando loro di cadere nella retorica del pietismo. I lavori presenti in questa mostra hanno il pregio di essere sinceri, mai ipocriti, alcuni allievi hanno tradotto in immagini i brani poetici, altri hanno valorizzato le tradizioni di questi popoli, la bellezza dei paesaggi, l’orgoglio dell’appartenenza.
La partecipazione al progetto è stata assidua, appassionata, cercata negli spazi di tempo tra una lezione e l’altra. L’eterogeneità del gruppo (allievi provenienti da diverse classi) è stato un valore aggiunto, mai un limite.
Mentre i nostri politici sono preoccupati del “pacchetto sicurezza”, noi come docenti siamo occupati nel promuovere il “pacchetto integrazione e solidarietà”.
Il comma 2 dei principi generali del Regolamento d’Istituto dove lavoro da circa 10 anni, così recita:
“La scuola è una comunità di dialogo, di ricerca, di esperienza sociale, informata ai valori democratici e antirazziali e volta alla crescita della persona in tutte le sue dimensioni. In essa ognuno, con pari dignità e nella diversità dei ruoli, opera per garantire la formazione alla cittadinanza, la realizzazione del diritto allo studio, lo sviluppo delle potenzialità di ciascuno e il recupero delle situazioni di svantaggio, in armonia con i principi sanciti dalla Costituzione e dalla Convenzione Internazionale dei diritti dell’Infanzia (New York, 20 novembre 1989) e con i principi generali dell’ordinamento italiano”.
Questa è la mia idea di scuola, a questi principi vorrei obbedire.
Salvo Messina




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Note:
[1] Mons. Mariano CROCIATA, Segretario della Conferenza Episcopale Italiana, L’intercultura e l’interreligiosità nel contesto sociale ed ecclesiale, Convegno Direttori Regionali Migrantes, Roma, 16 febbraio 2009, testo non rivisto dall’autore
[2] Antonio Nanni, Integrazione, intercultura e cittadinanza. Come coniugare la coesione sociale, in La Missione viene a noi, in margine all’istruzione Erga Migrantes Caritas Christi, Quaderni SIMI-3, Urbaniana University Press, 2005, p. 70
[3] Cfr. EM, 64
[4] Docente di religione cattolica presso il Liceo Artistico “E. Catalano” dal 2002
[5] Costituzione della Repubblica Italiana: Art. 2. La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.
Art. 3.Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

martedì 29 luglio 2008

Clandestini o vittime?

In uno dei miei viaggi in Africa ho potuto vedere le enormi estensioni di coltivazioni intensive di caffè e di ananas del Kenia. Le infinite piantagioni di cotone del Tchad. Le montagne di arachidi del Senegal. In Asia ho visto il selvaggio disboscamento della foresta pluviale del Kalimantan (Indonesia) e le sue interminabili colline con piantagioni di palme da olio. Si potrebbero denunciare situazioni simili in Brasile, Messico, Colombia, etc. etc. In molti Paesi emergenti del mondo, pian piano si è imposta la distruzione dei modelli produttivi agricoli regionali, che si adattavano più facilmente alle variazioni del clima e riuscivano a soddisfare meglio i bisogni alimentari della gente, a favore delle colture estensive gestite dalle grandi multinazionali alimentari. Avviene così l’assurdo che il riso prodotto in Congo con i modelli agricoli locali, costi di più di quello prodotto negli Stati Uniti d’America attraverso le culture estensive. Le multinazionali hanno il monopolio planetario per la determinazione dei prezzi degli agroalimentari. Avviene così che le arachidi prodotti in Senegal ogni anno, sono pagate sempre di meno ai contadini e vendute sempre di più ai consumatori, con il conseguente sempre maggior guadagno per le multinazionali.
A seguito di tale politica economica i contadini allontanatisi dalle loro terre, sono andati ad inseguire il sogno della ricchezza andando a gonfiare le baraccopoli di cartone e lamiera delle grandi città.
Avviene anche che in occidente i risparmiatori, ignari dei processi economici che sono dietro a questo fenomeno, investono fruttuosamente i loro risparmi nelle azioni dell’agroindustria e dei biocarburanti.
E’ da questi Paesi, spesso ridotti alla fame da queste politiche economiche e dalla spirale delle pazze spese militari giustificate in nome della sicurezza nazionale, che provengono moltissimi immigrati che arrivano nel nostro Paese. Nel 2006 la cifra spesa per gli armamenti è stata di 1.204 miliardi di dollari, mentre se si investissero solo 57 miliardi di dollari in interventi medici di base si salverebbero 8 milioni di vite all’anno. Questo squilibrio planetario ha prodotto 26 milioni di sfollati.
Molti qui in Italia affermano giustamente che “bisogna aiutarli nei loro Paesi”. E’ quanto noi missionari facciamo da sempre. Ma anche noi ci sentiamo impotenti dinanzi a questa “macchina dello sfruttamento” ben organizzata a tutti i livelli ed in ogni ambito. E’ sempre poco ciò che si riesce a fare per rispondere ai bisogni di milioni di poveri, perché gli aiuti finanziari che noi riceviamo arrivano solo da privati ed uomini di buona volontà. Gli aiuti governativi seguono altri percorsi e noi missionari non ne beneficiamo.
Quanti aiuti vengono stanziati dai Paesi cosiddetti sviluppati? Nel 2007 l’Unione Europea ha destinato circa 8,6 miliardi di €uro ai Paesi in via di sviluppo. Nel 2004 solo l’Italia ha speso 34 miliardi di dollari per armamenti: in media i Paesi con reddito elevato spendono ogni anno in media 10 volte in più per le spese militari che per lo sviluppo e la cooperazione.
Cosa faremmo se nel nostro Paese morissimo di fame, rischiassimo la vita per persecuzioni o non ci fosse un futuro per noi ed i nostri figli? Sicuramente emigreremmo. Non ci ricordiamo più il nostro passato di emigranti? Nel mondo ci sono circa 60 milioni di oriundi italiani!
Solo nell’Unione Europea i migranti sono 25 milioni, la maggioranza dei quali proviene dai Paesi fuori dell’Unione. I migranti morti nel viaggio verso l’Europa, dal 1998 ad oggi sono 10.000. E chi è riuscito ad arrivare ? Deve combattere ancora contro la fame, le discriminazioni, lo sfruttamento, la restrizione delle leggi, il diniego di alloggi, etc. etc..
Come si può stare zitti mentre si continua a insultare la dignità dei migranti rimuovendo il nostro passato e le ragioni di una così forte emigrazione? Non si può più chiudere gli occhi su un mondo che produce sempre più divari e discriminazioni.
Perché dobbiamo continuare a chiuderci sempre più in noi stessi e nella paura verso l’altro, verso il diverso pensando che ci rubi il nostro benessere?
Perché considerare l’altro solo ed unicamente in termini di “braccia da lavorare” e non di persone che sono state private della reale possibilità di crescita e di sviluppo nel loro Paese, imboccando la strada dei progetti sostenibili?
Perché la nostra sicurezza fisica, economica, politica oggi sembra il problema più importante?
La vera risposta non è nella chiusura ma nella capacità di accoglienza del diverso, del profugo, di chi pur essendo laureato non disdegna di andare a lavorare in fabbrica o fare i lavori che noi italiani non vogliamo fare.
La vera risposta è su due fronti: da un lato bisognerebbe cambiare la logica dell’economia mondiale fondando gli scambi su principi di equità, sviluppo e solidarietà; dall’altro lato bisogna lavorare con serietà ed a tutti i livelli, per l’integrazione dei migranti, per una società interculturale. Solo lavorando su questo piano dell’integrazione si lavora per la sicurezza e il benessere di tutti. I reati il più delle volte li compiono i disperati, chi è solo, emarginato, escluso. Perché non si parla delle politiche di integrazione degli immigrati invece di quelle di espulsione? Eppure esiste una carta sui diritti di integrazione di migranti. Gli interventi sull’integrazione garantiscono la sicurezza e non quelli repressivi. Chissà perché nessun politico dice questa verità.
Rompiamo questa catena di chiusura e di paura degli immigrati che sono sempre più accomunati ai delinquenti, precludendo ai più giovani, ai nostri figli la possibilità di sperimentare la gioia e la ricchezza di una società interculturale.

Palermo 13 giugno 2008

p. Sergio Natoli omi

Il bello della diversità

Guarda su nel cielo dopo la tempesta nasce maestosa un'iride di luce.
Il canto degli uccelli sveglia l’aurora. È il segno della pace! È il tempo dell'amore!
Migrano gli uccelli, migrano i popoli cercano con forza un'isola di pace
dove la speranza è fonte della vita di uomini fratelli uniti in armonia.

Brilla in una goccia il sole della vita!
Splende sulla terra un grande arcobaleno.
Il sole della vita risplende in ogni cuore:

s'accende la speranza in chi crede all'amore.
Nasce un'armonia nel cuore di ogni uomo:

è un inno al Creatore sorgente dell'Amore.

Popoli diversi viviamo sulla terra. Cuori che s'incontrano in un'unica armonia.
È il canto della vita, la danza della luce. È un'iride di pace. È il tempo dell'Amore.

Con questo canto che ho composto e dedicato ai migranti dal titolo “Arcobaleno di popoli”, è iniziata la serata di festa nella Parrocchia di Maria SS. della consolazione. Il campo di calcio era pieno di gente. Sul grande palco tutti i protagonisti della serata: 70 persone di 10 Paesi diversi.
Il multicolore semicerchio di africani, europei, asiatici e dell’America Latina era uno splendido colpo d’occhio. Un arcobaleno di popoli, la bellezza della diversità.
I canti eseguiti nelle varie lingue e le danze tipiche dei differenti Paesi, hanno dato alla gente uno spaccato della grande ricchezza culturale di ciascuno. E’ stato bello vedere le danzatrici dello Sri Lanka esprimere la gioia di Maria all’annunciazione, attraverso espressioni artistiche bellissime. Ma è stato altrettanto interessante vedere i medesimi giovani esprimersi in una danza moderna.
I bambini filippini, poi, ci hanno riempito di tanta freschezza con la loro danza moderna. Ci hanno commosso il canto religioso congolese e della Costa d’Avorio.
La spumeggiante danza delle donne di Mauritius ed una danza dell’Equador ci hanno fatto entrare nel clima della festa popolare di quei popoli.
Il ritmo dei tam tam africani e la danza delle donne ghanesi hanno contagiato tutti alla danza, al canto, alla vita.
Un inno a Gesù Cristo, cantato da tutti i spagnolo, continuamente presente nella vita di ogni uomo, ha concluso la serata. Così si esprime il pueblo:
“Guardo il cielo e vedo una nube bianca che va! Guardo la terra e vedo una folla che cammina.
Come questa nube bianca la gente non sa dove va.
Chi glielo potrà dire che la strada certa è nostro Signore?

Tutta questa folla nel cuore porta amore e pace; e nonostante tutto la speranza cresce di più.
Vedo il fiore che nasce nel cuore di chi ha amore;
Guardo il cielo e sento crescere la fede nel mio Salvatore.

In questa serata si è vista la bellezza dei fiori sbocciati nei cuori di uomini e donne diverse per cultura, lingua a tradizione. I migranti, gli extracomunitari, come li chiamiamo noi, non sono importanti perché hanno due braccia e due mani per lavorare, perché producono ricchezza. I migranti non sempre attentano alla nostra sicurezza, anzi molto spesso sono i defensori dei più deboli come gli anziani ed i bambini. I migranti sono importanti perché in tutto ciò che fanno sanno amare. Sono importanti perché sono protagonisti della loro vita e della vita delle loro famiglie, dei loro villaggi ma anche e molte volte sono sostegno anche della vita delle nostre famiglie; sono unici anche perché sanno mettere in gioco senza paure o diffidenze tutto se stessi. Tutti, in ogni caso, possiamo essere un grande arcobaleno di popoli.


Palermo 23 Giugno 2008-06-23
p. Sergio Natoli

martedì 25 marzo 2008

"Arcobaleno di popoli"


E’ Domenica. Il sole volge al tramonto ed a due passi dal “palazzo delle aquile”, sede del comune di Palermo, nella centralissima Piazza Bellini, sembra assistere a qualcosa di particolare. Non sono i soliti bus turistici con i tedeschi o i giapponesi di turno che vanno a visitare la bellissima Chiesa della Martorana o Piazza Pretoria. La piccola folla composta da alcune centinaia di persone è variopinta. La maggior parte sono stranieri di ogni colore: africani, europei, asiatici, dell’America Latina molti dei quali con i loro coloratissimi e variopinti vestiti. E’ un’invasione pacifica della piazza. I presenti hanno in mano rami d’ulivo e le grandi foglie di palma, segni inequivocabili di pace. Non sono i soliti stranieri che fanno circolo nei bar o in altri ambienti attorno ad un boccale di birra. Non ci sono timori di furti, rapine, stupri…Non c’è neanche il timore del diverso, di chi non si conosce perché non entra nella nostra personale sfera di amicizia. Alla colorata assemblea si uniscono turisti capitati lì per caso al momento giusto.
L’arrivo del Vescovo ausiliare di Palermo, Mons. Carmelo Cuttitta, vestito con i paramenti sacri, dissolve ogni dubbio: ci troviamo dinanzi ad un’assemblea riunitasi lì per la benedizione delle palme. Dopo aver ricevuto la benedizione tutta l’assemblea, preceduta da una croce portata da quattro persone provenienti dai quattro continenti, si avvia verso l’incantevole Chiesa barocca di Santa Caterina dove si svolgerà la celebrazione eucaristica.
Mentre ciascuno prende posto tra i banchi risuona un canto in lingua Tamil. Un gruppo di ragazze filippine precede i celebranti con la danza della luce, accompagnandoli fin dinanzi al presbiterio.
Le letture sono proclamate in spagnolo, francese ed inglese. La passione di nostro signore Gesù Cristo, in italiano. Dopo l’omelia del Vescovo, un fedele per ogni gruppo etnico presenta la sua preghiera nella propria lingua materna. E’ la preghiera del cuore di cristiani che si ritrovano attorno a Colui che dà senso al loro vivere.
Anche l’offertorio è stato presentato con una danza africana ed accompagna da un canto in lingua Twi. Al momento della dossologia alcune ragazze dello Sri Lanka hanno espresso con un’altra danza l’adorazione al copro di Cristo, con l’offerta dell’incenso. Il canto del padre nostro, proclamato anche in lingua italiana, è stato molto commovente e toccante per l’intensità della preghiera.
Un canto in francese ed uno in lingua Tagalog hanno accompagnato il tempo della santa comunione. Alla fine della celebrazione un canto ecuadoriano, che inneggiava a Gesù Cristo, riempiva di gioia l’assemblea.
I celebranti, preceduti da tutte le donne che avevano danzato nella celebrazione, si sono recati alla fine del tempio per esprimere la volontà di voler andare insieme nel mondo per portare la pace e la gioia dell’incontro con Gesù salvatore del mondo.
Era interessante ascoltare i commenti a caldo della persone. Per gli europei è stata una celebrazione nuova, bella e commovente. Gli africani dicevano: “Oggi l’Africa era qui!”. E gli asiatici come quelli dell’America Latina: “Ci siamo sentiti a casa nostra”.
Diversità di espressioni culturali si sono coniugati con l’unità nell’unica fede, nel medesimo Cristo. E’ stato come se tutti avessimo vissuto una “nuova Pentecoste”: ciascuno parlava la sua lingua e ciascuno nel proprio cuore comprendeva il medesimo amore del Padre. E’ l’esperienza delle ricchezze delle diversità che non vengono annientate o appiattite, ma armonizzate ed “infuocate” dall’unico “amore più grande” che continua a compiersi sull’altare.
La celebrazione di questa santa Messa interculturale, in cui sono state usate ben nove lingue ed espressioni culturali diverse dalle nostre, non sarà un avvenimento isolato, ma si celebrerà ogni terza domenica di ogni mese. E’ la prima iniziativa di un progetto intitolato “arcobaleno di popoli”, che il centro di pastorale per i migranti, insieme ad altri centri pastorali diocesani ha elaborato per favorire l’integrazione dei migranti nel tessuto della chiesa palermitana.
L’èquipe del “Centro di Pastorale per i Migranti” dell’Arcisiocesi di Palermo, formata da due Missionari oblati di Maria Immacolata, da una suora Comboniana è guidata da un responsabile laico. Il Centro ha in elaborazione altre iniziative rivolte in modo particolare ai giovani migranti i “G2”, i giovani della seconda generazione.
Arcobaleno di popoli” vuole essere un cammino che contribuisce a far superare eventuali forme di isolamento sociale e religioso, un cammino che possa divenire una espressione luminosa della multiforme bellezza del popolo di Dio. Un cammino che esalti e dia voce alle diversità culturali dei cattolici presenti nella città e li aiuti ad esprimere l’unica fede in Cristo Gesù.
A questo progetto è stato dato il nome di “Arcobaleno di popoli” intravedendo in questa immagine non solo il richiamo al tema dell’alleanza di Dio con il suo popolo, ma anche come simbolo da cui trarre ispirazione: la luce “si forma dalla diversità dei colori". In prospettiva religiosa vedevamo la possibilità di poter esprimere "l’unità della Chiesa nel medesimo territorio attraverso le diversità culturali". L’eucaristia, il sacramento dell’unità, ne è quindi il punto di partenza ed il punto di partenza.
Attraverso la metodologia della partecipazione attiva, i rappresentanti delle differenti comunità etniche hanno discusso del progetto con le loro rispettive comunità, trovando in esso, se pur ancora abbozzato, un positivo elemento di convergenza che avrebbe contribuito ad aprirsi ad un cammino interculturale facendo superare anche eventuali rischi di chiusura.
Tutte le iniziative terranno conto delle differenze linguistiche e culturali ed avranno sempre come protagonisti attivi i medesimi migranti, considerati non tanto e solamente come “oggetto” del servizio pastorale della Chiesa palermitana, ma prima di tutto come “soggetti” attivi e membra vive della medesima Chiesa che si esprime nella multiforme ricchezza dei suoi doni e delle culture in questo territorio.

“ARCOBALENO DI POPOLI” è un itinerario interculturale per: * rinnovare l’alleanza con la “luce vera che illumina ogni uomo”;
* sperimentare la multiforme ricchezza delle diversità culturali;
* esprimere con il canto la gioia e le difficoltà della vita.
* condividere le speranze ed i progetti per un mondo migliore!
* vivere un cammino interculturale cattolico nel medesimo territorio.
* camminare nella pace insieme con altri.

L’interculturalità non vuole essere semplicemente un metodo, ma una prassi, un atteggiamento, un linguaggio, uno stile comunicativo. Per fare ciò, però, è necessario passare “da una visione dell’uomo da individuo centrato, definito e sufficiente a se stesso, ad essere umano centro di relazioni” dove la diversità dell’essere e dello stare insieme è una continua crescita di una comunità che proprio perché costantemente e vicendevolmente accolta, gode della pace, si educa alla pace e trasmette la pace.
L’interculturalità non solo vissuta tra individui provenienti da nazioni e culture molto diverse tra loro, ma come possibilità di relazione tra gruppi etnici diversi. Una interculturalità collettiva, di gruppi etnici che entrano in relazione tra loro, superando logicità e prospettive, coniugando le diversità in un mosaico poliedrico dove ciascuno può essere protagonista della costruzione della visibilità dell’unico “corpo di Cristo”.
L’interculturalità fondata sull’unicità della medesima Parola accolta e vissuta come “luce per i passi” da compiere nel medesimo territorio per esprimere nella assunzione della diversità la Chiesa “una, santa e cattolica”.

L’obiettivo principale che il progetto “Arcobaleno di popoli” vorrebbe raggiungere è quello di dare un contributo all’integrazione dei cattolici nel tessuto della Chiesa particolare di Palermo.
Integrazione non vuol dire solo che gli immigrati, dato che ormai vivono qui, debbono “adeguarsi” alle leggi, all’economa, al lavoro, allo stile di vita sociale ed ecclesiale del territorio dove adesso vivono anche se spesso solo in modo transitorio.
Integrazione, vuol dire prima di tutto, capacità di accoglienza dell’immigrato da parte della Chiesa, delle sue strutture istituzionali, delle comunità parrocchiali, di ogni forma di comunità cristiana, di ogni persona vista come una “pietra viva” del medesimo “corpo di Cristo”. Capacità di accoglienza che si fa ascolto, sostegno, aiuto, mediazione. Accogliere l’altro come “trascendenza”, amerebbe dire Emmanuel Levinas. “trascendenza perché sfugge alla mia capacità di intellezione, perché la sua individualità mi supererà sempre, per cui anche solo intuendo in lui ciò che in me non sarà mai presente, la sola visione del suo volto mi dirà “Tu non mi ucciderai”, perché altrimenti ti verrà a mancare ciò che io solo posso donarti. Tutto questo si concentra nella famosa espressione del “volto dell’altrui come traccia dell’Altro” scritto con la lettera maiuscola” .
Integrazione che vuol dire, dal versante di chi accoglie, ma anche da quello di chi viene accolto, conoscenza dell’altro con tutte le ricchezze culturali e religiose che ciascuno porta con sé. E’ questo atteggiamento che ci permette di capire chi sono gli immigrati che ci stanno sa fianco, cosa fanno, come vivono, cosa cercano, cosa portano dentro.
Integrazione che vuol dire considerare l’immigrato non solo come soggetto della nostra azione caritativa e pastorale, ma anche come soggetti attivi del cammino di crescita delle singole persone, delle differenti comunità etniche e del loro posto all’interno della Chiesa che vive e si esprime nel medesimo territorio. Un posto che, per vocazione e dignità, è paritario ad ogni altro cristiano.
Integrazione come capacità di saper promuovere e diffondere conoscenze sulle tradizioni, sugli usi, sulle credenze e sui valori, al fine di rendere visibile nel nostro territorio e nella nostra convivenza civile e religiosa, le ricchezze che caratterizzano le diverse forme di religione e di pensiero.
Integrazione che si esprime, almeno per i migranti della prima generazione, nella costante e continua partecipazione attiva alla vita particolare e specifica delle singole e differenti comunità etniche di appartenenza, ma nello stesso tempo nell’apertura e nella partecipazione al cammino della Comunità cristiana intesa nella sua globalità e presente nello stesso territorio. E’ una continua interattività tra particolare ed universale. Ciò produrrà anche il superamento delle possibili forme di isolamento etnico, culturale e religioso; il superamento di forme estreme di ghettizzazione e/o auto-ghettizzazione. E’ un contributo a far sì che ciascuno ed ogni singolo gruppo etnico “nuoti e sappia nuotare” non solo nella “piscina” ma “in mare aperto”.
Sappiamo che il cammino è lungo e complesso, ma siamo fiduciosi che nulla è impossibile a Dio e a quanti si fidano di Lui e della Vergine Maria, la Madre di ogni credente, di ogni uomo.

Palermo 20 Marzo 2008

p. Sergio Natoli omi

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venerdì 1 febbraio 2008

Thailandia: alla sequela del Maestro

Il monsone arriva dal mare con il suo carico d’acqua. Il vento roboante ed impetuoso sferza le piante. E’ tutto un ondeggiare degli alberi. I giovani che stavano lavorando in giardino sono corsi a ripararsi in casa. Nel giro di cinque minuto siamo passati dallo splendore del sole alla bufera. Per loro e’ un evento che conoscono bene.
I giovani che vivono nella casa di Smprhan provengono dalla zona del Nord e Nord Est della Thailandia. Le loro famiglie vivono in piccoli villaggi dove la vita e’ scandita dai ritmi delle stagioni e dal ciclo della natura. Nei loro villaggi le scuole non esistono. Cosi’ la Chiesa si fa promotrice d’istruzione in molti modi.
A Bangkok le scuole cattoliche sono numerose e frequentatissime. Ci sono scuole che arrivano ad avere anche 5.000 alunni. La qualita’ dell’istruzione e la serieta’ della formazione sono il fiore all’occhiello di tutte queste istituzioni educative da quelle piu’ piccole, sino all’universita’.
Noi Missionari Oblati non abbiamo scuole, ma accogliamo giovani provenienti da zone molte povere e forniamo loro delle borse di studio affinche’ possano avere una formazione di base e per parecchi anche una formazione universitaria. Per sostenere una quarantina tra ragazzi e giovani le adozioni a distanza sono uno strumento preziosissimo. E’ solo grazie al contributo finanziario di parecchi benefattori che oggi 7 giovani possono frequentare l’universita’. Per fortuna che il rapporto Euro-Bath permette di poter sostenere un giovane con 1.000,00 Euro per un anno. Un grazie, allora, a quanti in modi diversi contribuiscono al sostenere la formazione di un ragazzo o di giovane.
I ragazzi ed giovani delle due case di formazione sono partecipi in modo attivo della loro vita e della conduzione della casa. Oltre ad andare a scuola come fanno tutti i ragazzi ed i giovani, si preparano da mangiare, provvedono alla pulizia, al mantenimento della casa e del giardino, si lavano la propria biancheria. A noi europei ci lascia un po’ perplessi perche’ a casa nostra siamo ben serviti, a volte anche troppo, dai nostri genitori. Quando poi si vede un ragazzo di 14 anni fare tutto cio’ ti prende una grande tenerezza.
La vita nei loro villaggi, pero’ non e’ molto diversa. Sin da piccoli sono partecipi del lavoro e della conduzione della famiglia in modi e forme diverse. Il lavoro nei campi, la cura dei bambini piu’ piccoli, ed altre attivita’ sono una cosa normalissima. E’ con loro che ogni mattina prego (loro in lingua Thai), faccio colazione, pranzo e cena. Certamente se non ci fosse una borsa di studio, questi giovani non si potrebbero mai permettere di arrivare fino all’universita’.
L’altra sera hanno festeggiato l’arrivo dei nuovi ragazzi con una cerimonia di origine buddista. Ogni ragazzo, a comunciare dai formatori, ha legato al polso di ogni singolo “new entry” un filo di cotone. Mentre si lega viene espresso un augurio, una raccomandazione, un auspicio, una dichiarazione di sotegno e di fraternita’. E’ il coinvolgimento di tutti verso tutti. E’ una forma di dichiarazione di voler rimanere nella medesima barca e di voler remare tutti nella medesima direzione.
I canti dei loro differenti gruppi etnici, delle scenette, una buona cena a base di pesce, con il gelato sono stati gli ingredienti di una serata di fraternita’ ben riuscita.
L’impegno formativo degli Oblati e’ molto forte ed impegnativo. Portare avanti nella quotidianieta’ un programma di formazione umana, cristiana ed mettersi in ascolto dello Spirito per comprendere se in qualcuno dei giovani vi sia anche un appello di Dio per una speciale consacrazione, e’ un inpegno serio.
“Non temete, io sono con voi tutti i giorni della vita” e’ la certezza che in questo cammino non siamo mai soli.
Nei prossimi giorni saro’ nel Laos, un Paese caro a tantissimi, dove incontrero’ amici comuni. Camminiamo tutti insieme. Siamo tutti nella medesima barca con Colui che continuamente ci accompgna nel cammino della vita.

Bangkok 01 Agosto 2007
p. Sergio Natoli omi



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