domenica 13 giugno 2021

Che fatica essere uomin



Che fatica essere uomini

A cura di Sergio Natoli omi

 

Nel 1988 Sergio Endrigo esordì con questo canto nel quale, dopo aver visto cose strane nel cielo e sulla terra, affermava “Che fatica essere uomini” e concludeva: Partirà, la nave partirà. Dove arriverà, questo non si sa. Sarà come l'Arca di Noè, il cane, il gatto, io e te”.

In un mondo soggiogato dall’economia, dal potere politico e dall’immagine è fatica essere uomini. È fatica essere “persone”.

È fatica non rimanere prigionieri di un “io” plurale che schiaccia persone e popoli. L’io delle multinazionali, dei dittatori di turno, etc.

È fatica essere persone “in relazione” capaci di costruire armonie interpersonali e di inter-indipendenti. “Il “noi” non è un “io” grande. Il “noi” è il grande contenitore di quella vita in relazione che costituisce l'umano e l'umano non può che essere questo “io” in relazione.[1]

È fatica essere uomini capaci di riconoscere le libertà fondamentali dell’altro, di altri gruppi umani, di altri popoli che scelgono di andare a vivere in un angolo della terra diverso da quello dove sono nati.

È fatica essere uomini leali, aperti e capaci di riconoscere gli errori della politica espansionistica che ha prodotto e continua ad alimentare le mille forme di schiavitù che costringe milioni di uomini e donne a migrare, a cercare una speranza di vita migliore. Una speranza che li rende audaci, intrepidi, capaci di varcare frontiere e mari per iniziare una nuova vita.

È fatica essere uomini in questo tempo di pandemia, in un mondo che

 

è già un altro: non dobbiamo aspettare che cambi, è già un altro. Nessuno sa se questo nuovo mondo, dentro cui camminiamo, sarà in grado di trasformare in impulso positivo quel sentimento di reciprocità, di solidarietà che la pandemia ha fatto vedere, e cioè la consapevolezza che siamo legati gli uni agli altri, anche se questo sistematicamente lo neghiamo”.

 

È fatica essere uomini quotidianamente martellati dall’informazione sui continui sbarchi e sui continui naufragi di barconi con il loro carico umano in fuga dalle mille forme di schiavitù, ma che spesso, purtroppo, trovano il riposo eterno in fondo al mare.

È fatica essere uomini che, come cristiani, ci lasciamo fecondare e guidare dall’azione dello Spirito Santo che ci rende capaci di mettere l’altro al centro della vita. Lo stesso Spirito, di cui profetizzò Ezechiele, entra dentro l'umano e rende possibile all' umano ciò che all'umano è impossibile.

 

“Dobbiamo praticare un cristianesimo che cerca Dio dove Dio non c'è, perché se continuiamo a cercare Dio dove Dio c'è e certo che lo troviamo. Sì, lo preghiamo, e Dio adesso ci dice: è venuto il tempo di trovarmi dove non ci sono perché dove non ci sono mi devi portare tu. Sì, in un barcone di migranti che rischia di morire. Dio lì non c'è perché se ci fosse questi sarebbero salvi. Dio c'è quando questi vengono salvati. Allora se accade che questi vengono salvati, ecco che Dio si fa presente. Chi sono questi che hanno reso presente Dio questi che li hanno salvati? Sono i profeti di oggi.”[2]

 

Quanto è attuale in ogni ambito della vita ma specialmente nel rapporto con i migranti, quanto affermato da S. Giovanni della Croce: “Là dove non c’è Amore, metti Amore e troverai Amore”.

L’accoglienza di Gesù morto e risorto svuota il nostro “io” e ci rende audaci discepoli ed intrepidi apostoli nell’oggi del mondo. È l’esperienza di S. Paolo quando ai Galati dice: “non vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me.”[3]

Nell’andare verso i migranti, come anche nell’accoglierli, come cristiani viviamo l’incontro dell’Amore. Allora l’immigrato non è più visto come “hostes”, come uno che attenta alla nostra sicurezza, quanto piuttosto come “hospes” come un ospite che porta Dio tra di noi. In questo nostro tempo, nello scorrere della storia come “kronos”, entra il “kairos” come tempo della grazia, come occasione favorevole, opportunità di cambiamento per vivere la “charis”, come prossimità, frammento di eternità, germoglio dei “cieli nuovi e della terra nuova”. Vivere questo significa vivere il tempo del Regno di Dio tra noi, del “noi più grande”.[4]

Possiamo dare il nostro contributo portando i nostri “cinque pani e due pesci” al Signore della storia per rispondere al bisogno di salvezza di chi cerca speranza, facendo tutto ciò che ci è possibile fare, sapendo sempre che “se il Signore non costruisce la casa invano fatica i costruttore.[5]

Noi siamo certi che “la speranza non delude”, che il Signore è con noi nella barca della nostra vita che naviga in un mare in tempesta. Allora la nave partirà ma questa volta dentro non ci saranno “il gatto, in cane io e te”, ma ci sarà la famiglia umana.

Palermo, 19 maggio 2021



[1] Mauro Magatti, Verso un noi sempre più grande, Incontro con la Diocesi di Agrigento, 11 maggio 2021

[2] Mons. Antonio Staglianò, Verso in noi sempre più grande, Incontro con la diocesi di Agrigento,18 maggio 2021

[3] Gal. 2, 20

[4] Cfr. Impellizzeri-Lorefice, L’ospite porta Dio tra noi, Il Pozzo di Giacobbe, 2021, p. 55

[5] Salmo 127, 1

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