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lunedì 14 aprile 2014

VIA CRUCIS DEI MIGRANTI: "Attirerò tutti a me"

Nella VIA CRUCIS dei migranti  svoltasi a Palermo la Domenica delle Palme 13 Aprile, i protagonisti principali sono stati i migranti. Circa 250 persone provenienti dai 5 Continenti, abbiamo meditato l'ultimo tratto della vita terrena di Gesù, pregando tutti insieme, nativi e migranti, in nove differenti lingue perché finisca la tratta degli esseri umani ed in particolare per chiedere la liberazione delle donne rese schiave e crocifisse dai mercanti della tratta.
Sappiamo che la "tratta di esseri umani", simbolo della schiavitù moderna, è ormai un fenomeno globale, che coinvolge le grandi centrali della criminalità organizzata, e quindi merita una risposta forte e globale da parte di tutti quelli che credono alla dignità della persona umana.

“Lo sfruttamento fisico, economico e sessuale di uomini, donne e bambini” condanni oggi 3 milioni di persone “al degrado. Nel tollerare questa situazione, “violiamo la nostra umanità comune e offendiamo le coscienze di tutti i popoli”. Deve cessare quindi “ogni forma di indifferenza” per le vittime di sfruttamento. E proprio attraverso “gli ideali della fede e i valori umani condivisi” si può puntare a sradicare “definitivamente la schiavitù moderna e la tratta di esseri umani dal nostro mondo” nella nostra città. Gli strumenti sono “la preghiera, il digiuno e la carità”, stimolando in modo particolare tutte le confessioni religiose “a vigilare affinché le loro catene di approvvigionamento e investimenti escludano forme di schiavitù moderne e a adottare misure correttive, se necessario” e “a mobilitare le rispettive sezioni giovanili per sostenere progetti destinati a sradicare la schiavitù moderna”.
“Tutte queste nuove forme di schiavitù e traffico di esseri umani e prostituzione sono un crimine contro l’umanità”, come ha poi ribadito anche Papa Francesco. Gesù è stato venduto per 30 denari. La sua esperienza, unica nel suo genere, ci fa comprendere che in lui si racchiude ogni traffico, ogni compra-vendita di tutti gli esseri umani.
 Innalzato da terra, Gesù continua ad attirare a sè ogni uomo, senza distinzione di colore della pelle, di lingua, di nazione. Chi segue Lui non cammina nelle tenebre, e compie opere degne dei figli della luce. 
E' stato molto bello vivere insieme questo cammino della croce, essere e sentirsi un unico "Popolo di Dio", che crede, ama e spera.
Molto commovente il momento i cui i bambini, alla stregua di Simone di Cirene, hanno portato la croce!
I commenti alle stazioni della Via Crucis, i canti, le preghiere espresse in diverse lingue, la ricchezza e la varietà dei vestiti: tante diversità, un cuor solo ed un'anima sola.
Tutto si è concluso nella Chiesa di S. Maria dei Miracoli dove con la benedizione del Cristo crocifisso, di fattura congolese, ci siamo congedati sotto la protezione di Maria.

                                                                                          p. Sergio Natoli omi

lunedì 27 gennaio 2014

A 'nchianata

A 'nchianata
di Sergio Natoli


La devozione e l'amore a S. Rosalia fa parte della vita dei palermitani che ricordano l'intercessione della "santuzza" verso la città quando nel 1624, per sua intercessione, fu liberata dalla peste.
Processione dell'urna
Da allora la santa patrona è di casa nella vita della gente e delle istituzioni. Così due volte l'anno viene celebrata una grande festa religiosa e civile in onore della Santa: una nell'anniversario del ritrovamento dei resti mortali avvenuto in una grotta a monte Pellegrino dove sorge l'attuale santuario e l'altro nel giorno della liberazione dalla peste.
All'inizio di settembre, però, un fiume di popolo sale in processione a piedi fin sopra monte Pellegrino nella grotta dove fu ritrovato il corpo della santa protettrice di Palermo. Questo salire è a 'nchianata, una tradizione che si tramanda di generazione in generazione e che ha contagiato anche molti immigrati che ormai da anni vivono nella città.
Il rettore della Chiesa, mi dice che ogni domenica, di buon mattino dietro la porta del Santuario di S. Rosalia, ci sono già degli srilankesi, che sono lì ad aspettare l'apertura del Santuario. Ogni domenica: d'estate e d'inverno! Ma non sono solo i tamil dello Sri Lanka a salire in cima alla montagna. Ci sono anche singalesi e mauriziani. La cosa particolare è che molti di essi non sono cattolici, ma induisti e buddisti.
Ma che ci vanno a fare? Si possono capire i cattolici, ma perché dei non cattolici vanno al Santuario di S. Rosalia? Cosa c'è che li accomuna?
Così, ho iniziato a dialogare con parecchi di loro cercando di capire più in profondità le motivazioni di questo continuo pellegrinaggio al Santuario di monte Pellegrino.
In ginocchi verso la grotta
Una ragazza tamil percorre in ginocchio l'ultimo tratto che immette al santuario. La conosco e le chiedo  perché questo suo pellegrinaggio. "Desidero mettermi sotto la protezione di S. Rosalia perché ho un esame molto difficile all'università". Un'altra domenica vedo una mamma con a fianco il suo bambino ed in mano un mazzo di fiori: entra nel santuario in ginocchio e prega. Poi vedo un uomo con le mani giunte dinanzi al volto di fronte ad un'immagine di S. Antonio che si trova nel cortile dinanzi al Santuario. Fa un inchino e senza entrare nel Santuario, va via.
Lo scorso anno, mentre anch'io facevo "a 'nchianata" ero preceduto da due monaci buddisti cinesi con il loro abito color rosso: salivano in cima alla montagna.
Cerimonia dell'alathi
Le radici culturali dei tamil, che vivono in India e nel nord dello Sri Lanka,  sono induiste. Alcune forme di preghiera presenti nell'induismo sono presenti anche nei riti cristiani. Uno è il cerimoniale dell' "alathi": nella cultura dei Tamil, quando un ospite importante visita la comunità, viene accolto da due donne della comunità, che prima lo incensano, poi lo aspergono con acqua, perché bisogna essere purificati nel corpo, ed infine gli mettono sulla fronte il "pothu", una polvere gialla estratta dai fiori. Un altro segno è l'accensione della luce nel "vilaq" che è una  sorta di candeliere su cui troneggia il gallo per esprimere che come il gallo annuncia l'arrivo del nuovo giorno, così Cristo è il sole che sorge nella vita di ogni uomo. D'altronde sappiamo che la forma di preghiera del rosario è nata inizialmente nel mondo induista, poi è entrata nel buddismo, nell'islam in infine nel cristianesimo. Evidentemente i contenuti di questa preghiera sono ben diversi a seconda delle religioni.
L'induismo, che fonda il cammino di fede sull'auto-salvezza, è permeato di ascesi. Il salire la montagna, allora, è una forma ascetica che pervade anche la cultura tamil, singalese e mauriziana. Il salire la montagna di monte Pellegrino, dove in cima c'è un luogo sacro è una forma devozionale che per tutti è un esercizio di ascesi ma che si differenzia nel suo contenuto di fede e devozione a seconda se si tratti di cattolici, induisti o buddisti. Un fenomeno simile lo si nota anche al Santuario di Tindari, in provincia di Messina, anch'esso posto sul monte.
Tamil a Messa nella grotta di S. Rosalia
Che degli immigrati abbiamo assunto come meta della loro devozione un santuario cattolico è un segno positivo nello scacchiere della convivenza di popoli diversi presenti nel medesimo territorio. Il santuario di S. Rosalia è una tavola rotonda esistenziale di dialogo interreligioso, un luogo profetico che può aiutare tutti ad essere operatori di pace.
Bambine Tamil dinanzi alla statua di S. Rosalia
D’altro canto, come osservava l’allora Cardinal Ratzinger in una formula particolarmente illuminante, «non esiste la nuda fede o la pura religione. In termini concreti, quando la fede dice all’uomo chi egli è e come deve incominciare ad essere uomo, la fede crea cultura. La fede è essa stessa cultura»[1]. La fede, offrendo all’uomo un’ipotesi interpretativa del reale, produce cultura; ma, d’altra parte, la/e cultura/e, esercitandosi, interpreta(no) le fedi stesse. La cultura è sempre da purificare alla luce della fede, ma la fede è sempre da interpretare secondo le istanze suscitate dalla cultura[2]. Come afferma la Fides et Ratio al n° 71, «il modo in cui i cristiani vivono la fede è anch’esso permeato dalla cultura dell’ambiente circostante e contribuisce, a sua volta, a modellarne progressivamente le caratteristiche»[3]".
Che S. Rosalia aiuti tutti quelli che arrivano al suo santuario a divenire costruttori di una cultura della pace e che ci liberi dalla peste delle piccole e grandi guerre.

Palermo 25 Gennaio 2014



Una pellegrina Tamil













[1] Joseph Ratzinger, Cristo, la fede e la sfida delle culture, in «Nuova Umanità» 16 (1994), n°6, 95-118 qui 103.
[2] Angelo Scola, Fede e cultura, l’insuperabile circolarità. In editoriale “Oasis” (n. 10, 2009) dedicato al tema “Le fedi alla prova della modernità”, in Zenit 13 febbraio 2010
[3] Benedetto XVI, Fides et Ratio, n. 71

venerdì 5 luglio 2013

migrazioni pietà popolare

Migrazioni e pietà popolare
di S. Natoli omi

P. Gaetano Nanni, un missionario oblato di Maria Immacolata che è stato pastore e padre degli emigrati italiani a Fremantle in Australia per più di 50 anni e che lo scorso anno è tornato alla casa del Padre, nel raccontarmi del suo servizio, sosteneva che la pietà popolare aveva avuto un ruolo determinante nella conservazione della fede degli italiani emigrati in quel Continente.
Anche molte altre comunità italiane emigrate in Canada, U.S. A. , Brasile, Argentina, Venezuela, Germania, etc., nella loro valigia di cartone hanno messo anche i loro santi e le devozioni mariane facendo emigrare anche le tante forme di pietà popolare vissute nei loro piccoli Paesi.
E' così anche i peruviani arrivati in Italia, hanno messo nel loro bagaglio la loro devozione al Señor de los Miraglos. Gli ecuadoriani hanno portato la devozione alla Madonna del Cisne, i Tamil dello Sri Lanka alla Madonna di Madhu, etc. etc.
La pietà popolare, in tutte le sue forme e vissuta da qualunque comunità etnica o autoctona, deve essere nuovamente evangelizzata. Come pastori di questa porzione di popolo di Dio che vive in condizione di mobilità, siamo interpellati ad individuare e recuperare i contenuti evangelici e/o catecumenali che soggiacciono alle diverse forme di pietà popolare vissute nelle diverse comunità etniche o autoctone, affinché questa non sia confinata in un temporaneo devozionismo che spesso alimenta il sentimentalismo ed a volte potrebbe essere privo di fede in Gesù Cristo.
Evangelizzare la pietà popolare significa non percorrere le solite piste, ma sperimentare nuovi percorsi di annuncia che sia al contempo rispettosi delle diverse forme religiose intrise di culture ben variegate, ma intrise di percorsi evangelici.
Una strategia che funziona è quella di fare quest'itinerario nelle singole famiglie, pr piccoli gruppi. Aiutare le persone "devote" a riflettere, a confrontarsi con il Vangelo, a pregare, a condividere, a preparare insieme la grande festa.
E' con questo itinerario che cerco di raccogliere i peruviani di Palermo.
Allora anche la festa del Señor de los Miraglos, oltre ad essere un momento popolare, diviene un momento di incontro vicendevole, in cui sci si ritrova membra della grande famiglia della Chiesa.